Intervento Gea corteo NoKings 28 marzo 2026

Siamo qui oggi per rispondere alle scelte fatte sopra le nostre teste da chi si crede padrone del mondo.

Oggi la spesa militare mondiale supera i 2.400 miliardi di dollari l’anno: risorse immense sottratte alle politiche sociali, ai servizi, all’istruzione e alla riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica.

I fondi del New Green Deal vengono dirottati verso il riarmo europeo e ci dicono che è necessario, inevitabile. Ma così non è!

Siamo dinanzi a un'oligarchia legata mani e piedi a fossili e armi, che si muove fuori dalle regole condivise del diritto internazionale - ritenuto un freno agli affari - che gioca con le sorti del mondo, riducendolo a oggetto di conquista per i propri interessi.

Oltre il 60% delle guerre è legato al controllo delle riserve di combustibili fossili e le guerre stesse sono tra le attività più inquinanti: eserciti, armi e ricostruzioni producono morte, distruzione ed enormi emissioni di CO₂, accelerando il collasso climatico.

E noi continuiamo a pagarne il prezzo: territori devastati, aria irrespirabile, acqua contaminata. A questo si aggiungono gli eventi meteorologici estremi, con costi sociali ed economici enormi. Ogni emergenza comporta costi economici e sociali enormi, sottraendo ancora risorse alla prevenzione, al welfare e alla riconversione ecologica.

Si alimenta così un circolo vizioso: meno investimenti nella riconversione, più crisi climatica, più emergenze, più spesa straordinaria e meno diritti per tutte e tutti.

Ma un’altra strada esiste.

È la strada della riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica. L’unica strada che può garantire davvero il diritto alla salute, un lavoro sicuro e dignitoso e una democrazia partecipativa in cui il contributo dei cittadini, dei comitati, dei movimenti sia riconosciuto come risorsa.

Oggi, invece, accade il contrario: siamo trattate come nemici o terroriste quando vogliamo solo difendere le nostre vite, il territorio in cui abitiamo e Madre Terra. Non solo dal governo Meloni ma anche da tanti amministratori locali — sindaci, presidenti di regione — che mettono al centro il profitto e non il diritto alla vita. Che scelgono l’autoritarismo alla coprogrammazione, la criminalizzazione alla solidarietà, l’autoritarismo e il controllo alla partecipazione.

Noi non accettiamo questa narrazione!

Per questo siamo parte della campagna globale per il Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili e saremo a Santa Marta in Colombia, alla prima conferenza internazionale per l’abbandono dei fossili promossa dal governo colombiano di Gustavo Petro insieme all’Olanda.

Siamo parte di un cammino che coinvolge migliaia di movimenti, popoli indigeni, comunità scientifiche, organizzazioni di giovani e di donne, e rappresentanti di oltre 80 governi da tutto il mondo. Vogliono farci credere che siamo minoranza ma siamo già la maggioranza degli abitanti del pianeta!

Oggi è chiaro: pensare globalmente e agire localmente non basta più! Dobbiamo agire globalmente per cambiare davvero i rapporti di forza, per uscire dall’economia dei combustibili fossili, per bloccare la deriva militarista, autoritaria, imperialista, colonialista e patriarcale e rimettere al centro il diritto a una vita dignitosa per tutte le entità viventi che abitano il pianeta.

Dobbiamo sfuggire alle trappole delle false soluzioni come lo sviluppo sostenibile o la crescita verde e riformulare le categorie di autodeterminazione e liberazione, tenendo conto che non ci sarà nessuna liberazione per l’umanità se non liberiamo Madre Terra dal dominio moderno del tecnocapitalismo e dalla violenza del modello estrattivo.

Abbiamo bisogno di lotte non frammentate ma capaci di rispondere ai problemi complessi offrendo alternative credibili. Dobbiamo dare slancio alla speranza, difendere la diversità e il pluralismo e ripensare le relazioni, per rimanere (o ritornare) umane.

Non possiamo più delegare! La lotta per la democratizzazione ha portato i movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica negli ultimi anni non solo a combattere e resistere, ma anche a mettere in discussione l'inadeguatezza di questa politica e i limiti della cultura di cui è portatrice. Un percorso di decostruzione, decolonizzazione, ridefinizione e ricostruzione del linguaggio e della visione culturale che mette al centro chi oggi paga il prezzo più alto delle ingiustizie sociali, ambientali ed ecologiche.

Perché non fermiamo le guerre, il collasso climatico e le disuguaglianze con false soluzioni, a distanza, nell'etere o dagli spalti di qualche fan club, ma mettendoci la faccia, le mani e il cuore. Respirando il dolore della disperazione e della stanchezza che fermenta insieme alla speranza generata dalle lotte dei movimenti del post-sviluppo.

Non siamo sole e soli. Siamo parte di qualcosa di più grande e stiamo costruendo un’internazionale della Terra.

Contro chi oggi governa il mondo pensandosi proprietari@ di Madre Terra e dividendo le persone in sacrificabili e privilegiate, separando la razza umana dal resto dell’ecosistema in cui viviamo.

Da questa piazza lo diciamo con forza: non vogliamo un futuro fatto di guerre, disuguaglianze e devastazione. Dobbiamo agire ora per la giustizia sociale, ambientale, ecologica e per la pace 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟 𝑛𝑜𝑖 𝑚𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖!

Elisa Sermarini - presidente Gea, Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale


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